JOE BOUSQUET / MYSTIQUE

Era una sera di novembre: ero solo e avevo freddo, il silenzio mi opprimeva. Nella mia camera rischiarata appena da una lampada vedevo ondeggiare le larghe foglie scure d’una palma che, il mattino stesso, era arrivata da Parigi; e,  poiché avevo appena ringraziato attraverso una lettera colei che mi aveva offerto quell’arbusto, mi sentivo triste di avergli espresso così maldestramente la mia riconoscenza. Il mio cuore non era più avanti a me nelle mie parole, ero raggelato. I miei sentimenti non erano che il rimpianto d’un tempo più ardente. Posai la penna. Gli ultimi riflessi del crepuscolo d’inverno si sollevavano come fiori nel movimento dell’aria fredda, pallida come la carne. La mia anima era deserta, estenuata da un’aspirazione senza meta. Amava sopra il mondo dove qualcosa le veniva incontro, penetrandola della propria impotenza a riscaldare il corpo estinto della vita; e rendendogli la propria disperazione sempre presente; come se il ricordo di una passione poteva essere il presentimento di un’estasi.
Allora, nelle scale che conducevano al piano superiore, risuonò un passo, stringendomi il cuore. Tesi l’orecchio: mi sembrò che un leggero fremito avesse agitato i rami della palma: “Quando un avvenimento, mi dissi, occupa il nostro spirito, bisogna pensare a lui unicamente perché tutto quello che tocca i nostri sensi sia la visione del suo mistero.” La palma distendeva le sue foglie nella camera dove il freddo entrava con il primo brivido notturno. Tremavo. Mi sembrava che in tutto il mio essere fosse la morte del mio cuore. E, gettando uno sguardo sul mondo ghiacciato che mi circondava speravo di trovarlo ancora più tetro, più desertico come se la realtà del mondo avesse dovuto precipitare nella tomba per non essere che una cosa sola con il mio amore. Allora il freddo divenne più dolce, carezzevole come il pallore della carnagione di una donna in occhi di lacrime; e mi ricordai improvvisamente che una giovane donna era morta la notte precedente nell’appartamento che solo pochi scalini separavano dal mio. Passi pesanti, affannati, esitavano ora sulle scale. Per un istante, l’aria che respiravo ebbe l’odore di una rosa leggermente appassita. Appoggiai la mano su un oggetto di metallo. Tutto era freddo, ma come la pietra delle altitudini dove lo sguardo si rassicura. La morta era forse con me? Tutto quel che vedevo la circondava della mia vita, l’introduceva nella grande luce di un tempo che si apriva. Si sarebbe detto che i battiti del mio cuore, infine, avevano dissigillato la freddezza dell’essere e che l’avevo sentito dirmi: “Mi farò carne quando tutti gli oggetti dei tuoi sensi si saranno fatti spirito.”

Bousquet, Mystique, Éditions Gallimard 1973

tr. Alfredo Riponi

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4 commenti
  1. alfred58 ha detto:

    Bousquet esprime tutto il rimpianto per non riuscire ad aprire il proprio cuore nelle parole che scrive; tutto prende senso attraverso le percezioni che si fanno strada nell’ambiente ristretto di una stanza, dalle sensazioni tattili a quelle uditive, rumori che provengono da un’altra stanza, da fuori; per entrare nel cerchio ancora più chiuso dei ricordi, ai quali non si sfugge, se non allargando come per incanto il tempo presente nell’estenuarsi di tutti i sensi. I sensi che devono diventare spirito.

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  2. Mystique mi piace per la grande tensione emotiva, con le poesie è ciò che finora apprezzo di più di Bousquet, mi sembra di ricordare di aver già letto questa tua traduzione 🙂
    e quella rosa leggermente appassita….apre un mondo d’ antichi profumi…

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  3. Si sarebbe detto che i battiti del mio cuore, infine, avevano dissigillato la freddezza dell’essere e che l’avevo sentito dirmi: “Mi farò carne quando tutti gli oggetti dei tuoi sensi si saranno fatti spirito.”

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