Caillois / Giovanni Bellini


Giovanni Bellini *Allegoria sacra*

Al centro una vasca scura da cui s’innalza un melo nano; quattro bambini, quasi dei neonati, ne fanno cadere i frutti, li raccolgono o si accingono a gustarli. (…)

L’ultima figura, che sta di fronte al giovane trafitto dalle due frecce e lo guarda, è, come lui, la sola che non abbia gli occhi bassi né un atteggiamento raccolto o supplice. Questo scambio o scontro di sguardi innesca una tensione o tradisce un residuo di dramma, in quell’atmosfera che è tutta spensieratezza per i bambinelli o devota preghiera per gli adulti. (…)

Intorno all’isola, a cui si accede da una porticina aperta, c’è uno specchio d’acqua, assolutamente immobile, in cui si riflettono il paesaggio e il cielo. L’immensità di quest’ultimo, seppur limitato a una piccola zona della tela, viene suggerita dalla dispersione delle nubi per effetto della brezza leggera che ne sfilaccia i bordi. Le lontane rive del lago sono formate da rocce che riverberano la luce e il calore, ma anche s’incavernano in golfi, in rientranze di fresca verzura. (…). All’estrema destra, un centauro appare perplesso alla vista di un eremita che scende da una scala, e sembra fare da pendant al moro, entrambi assorti, entrambi in procinto di allontanarsi, entrambi ignari dell’evento, del resto apparentemente insignificante, attorno a cui tutto peraltro gravita. (…).

“Uno dei più bei paesaggi che l’arte abbia mai prodotto”. (…).

Il valore specifico del suo mistero, è proprio quello che mi è già accaduto di proporre come criterio della perfezione poetica: l’essere cioè al tempo stesso immutabile e inesauribile. (…)

Paragonate a questa, le altre allegorie hanno minor respiro. (…)

Nello spazio del quadro un messaggio che non è parola e non è pittura, non essendo né solo significato né solo sensualità.

Esso tuttavia si rivolge, sia pur attraverso immagini a due stadi, a quella parte calamitata dell’intelligenza che saggia ciecamente, ma già con l’ambizione di penetrarlo, il mistero. Il fantastico è consustanziale a tale impresa.

(Roger Caillois)

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10 commenti
  1. farouche ha detto:

    purtroppo l’immagine è piccola non si scorge il centauro in fondo a destra…

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  2. anonimo ha detto:

    GIOVANNI BELLINI – ROMA Scuderie del Quirinale 30.09.2008 – 11.01.2009

    a.

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  3. wolfsegg ha detto:

    Son vivo. E ogni tanto ti “cito”, perfino. Prima di Natale ti scrivo un pò delle ultime novità.
    e

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  4. saonda ha detto:

    Uno dei miei quadri preferiti. Che sia una Sacra Conversazione vista di lato invece che frontalmente, come è stato proposto, non lo esaurisce, nessuna spiegazione tecnica può farlo

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  5. ..Quadro di una allegoria ipnotica.. ma forse ancora più ipnotico è quel paesaggio che, da supposto sfondo, si fa prepotente efflorescenza.. sconfinamento del cosmo oltre se stesso (il suo essere-ordine, kosmos), suggerimento di vastità..
    Bellissima la chiusa del post, segnata dal gioco di parole (o meglio: “fuoco di parole” come direbbe Jacques Derrida) cum-siderea/de-siderium..
    .. Quel quadro è stato sicuramente una ispirazione per le costruzioni misteriose (nel senso) e precisissime (nella rappresentazione) del migliore Dalì.. addirittura, invertendo i termini, si potrebbe parlare di una “prefigurazione” di Dalì (e quindi di uno scompaginamento dell’allegoria al di là della sua fissità intrinseca?)..

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  6. alfred58 ha detto:

    “Quadro di una allegoria ipnotica, ma forse ancora più ipnotico è quel paesaggio che, da supposto sfondo, si fa prepotente efflorescenza sconfinamento del cosmo oltre se stesso (il suo essere-ordine, kosmos), suggerimento di vastità. Bellissima la chiusa del post, segnata dal gioco di parole (o meglio: “fuoco di parole” come direbbe Jacques Derrida) cum-siderea/de-siderium. (…). Scompaginamento dell’allegoria al di là della sua fissità intrinseca.”

    “Suggerimento di vastità”, vastità dei cieli, per cui l’abisso e l’inquietudine sta in alto e la quiete tra le rocce terrestri, “Alberi e pietre, in una espansività inaudita” che sconfina nell’infinito (apeiron). Perché quello squarcio di cielo e quelle nubi portate dal vento sono solo apparentemente simbolo di pace celeste, ma aprono sul nulla degli spazi infiniti che la rappresentazione pittorica tenta di limitare, fissando dei confini nelle simbologie terrestri: l’innocenza infantile, gli sguardi volti a terra della devozione, il rifugio contemplativo tra le rocce, l’incrociarsi degli sguardi tra l’uomo e la donna per non perdersi di vista. Nessuno alza lo sguardo da questa dimora terrena che sembra ancora il paradiso terrestre nella quiete domestica di prima del peccato e della coscienza del nostro isolamento siderale. Solo la figura femminile, dea velata, considera il ricongiungimento nello spirito e nella carne, tra terra e cielo. L’uomo è anacoreta, martire, testimone dell’assoluto, di Dio, si allontana dal suo centauro interiore e dalle stelle, dal desiderio. Solo un “fuoco di parole”, o il fuoco delle parole, la parola caos, può portare scompiglio nell’allegoria, nell’ordine-kosmos.

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  7. farouche ha detto:

    Belle immagini artdecò Grazia, un bacio a te

    CriticoMistico un saluto, e grazie per l’apprezzamento, era solo una scintilla di pensiero che però ha inavvertitamente “preso fuoco” 🙂

    Amour quei cieli, e quelle nubi mi ricordano anche Piero, i suoi/tuoi paesaggi e il nostro cielo viscerale….

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