Ghérasim Luca – La Mort morte

L’ultima raccolta alla quale Ghérasim Luca lavorò si compone di due lunghi poemi già pubblicati nel 1945 in Romania: L’inventore dell’amore e La Morte morta. Questi testi, ai quali Ghérasim Luca rimise mano prima della morte, sono in diretta relazione con il “Primo manifesto non-edipico”, testo scomparso. L’inventore dell’amore propone la sua reinvenzione, in un mondo in cui “tutto dev’essere reinventato” e che impone il distacco da una condizione edipica, che rende l’amore impossibile. In “La morte morta” è la dialettica immediata (non filosofica) di amore e morte a costituire il fulcro della ricerca. Il desiderio dell’amore insieme alla morte ingenera un cortocircuito, dove umorismo nero e vertigine esistenziale s’inseguono […].

*

C’est avec une extrême volupté mentale
et dans un état d’excitation
affective et physique ininterrompu
que je poursuis en moi et hors de moi
ce numéro d’acrobatie infinie

Ces sauts contemplatifs actifs et lubriques
que j’exécute
simultanément allongé et debout

jusque dans ma façon déroutante
ou ignoble ou profondément aphrodisiaque
ou parfaitement inintelligible
de saluer de loin mes semblables

de toucher ou de déplacer
avec une indifférence feinte
un couteau, un fruit
ou la chevelure d’une femme

ces sauts convulsifs que je provoque
à l’intérieur de mon être
convulsivement intégré
à la grandiose convulsion universelle

et dont la dialectique dominante
m’était toujours accessible
même si je n’en saisissais
que les rapports travestis

ont commencé ces derniers temps
à m’opposer leur figure impénétrable
comme si
tout à la tentation de rencontrer
plus que moi-même
sur la surface d’un miroir
j’en grattais impatiemment le tain
pour assister
stupéfait
à ma propre disparition

Il ne s’agit pas ici d’une maladresse
sur le plan de la connaissance
ni de la pieuse manœuvre de l’homme
qui avoue orgueilleusement son ignorance

Je ne me connais aucune
curiosité intellectuelle

et supporte sans le moindre scrupule
mon peu d’intérêt
pour les quelques questions fondamentales
que me posent mes semblables

Je pourrais mourir mille fois
sans qu’un problème fondamental
comme celui de la mort
se pose à moi
dans sa dimension philosophique

cette manière de se laisser inquiéter
par le mystère qui nous entoure
m’as toujours paru relever
d’un idéalisme implicite
que l’approche soit matérialiste ou non

La mort en tant qu’obstacle
oppression, tyrannie, limite
angoisse universelle

en tant qu’ennemie réelle, quotidienne
insupportable, inadmissible et inintelligible
doit, pour devenir vraiment vulnérable
et, partant, soluble
m’apparaître dans les relations dialectiques
minuscules et gigantesques
que j’entretiens continuellement avec elle
indépendamment de la place qu’elle occupe
sur la ridicule échelle des valeurs

En regard de la mort
un parapluie trouvé dans la rue
me semble aussi inquiétant
que le sombre diagnostic d’un médecin

Dans mes rapports avec la mort
(avec les gants, le feu, le destin
les battements de cœur, les fleurs…)

prononcer fortuitement
le mot “moribonde”
au lieu de “bien-aimée”
suffit pour alarmer ma médiumnité

et le danger de mort
qui menace ma bien-aimée
et dont je prends connaissance
par ce lapsus de prémonition subjective
(je désire sa mort)
et objective (elle est en danger de mort)
m’inspire une contre-attaque
d’envoûtement subjectif
(je ne désire pas sa mort
– ambivalence intérieure, culpabilité)
et objectif (elle n’est pas en danger de mort
– ambivalence extérieures, hasard favorable)

Je fabrique un talisman-simulacre
d’après un procédé automatique
de mon invention (“l’Œil magnétique”)

la fabrication de ce talisman
intégrée aux autres surdéterminantes
prémonitoires, angoissantes, accidentelles
nécessaires, mécaniques et érotiques
qui délimitent ensemble
un comportement envers la mort
étant la seule expression praticable
d’un contact dialectique avec la mort
la seule à poser réellement
le problème de la mort
en vue de sa solution (de sa dissolution)

L’état de désolation-panique
et de catalepsie morale
auquel m’a réduit la récente incompréhension
de mes propres sauts dialectiques
n’a aucun rapport avec une attitude
intellectuelle
devant le problème de la connaissance

[…]

*

È con estrema voluttà mentale
e in uno stato di eccitazione
affettiva e fisica ininterrotta
che perseguo in me e fuori da me
questo numero di acrobazia infinita

Questi salti contemplativi attivi e lubrici
che eseguo
simultaneamente disteso e in piedi

e nel modo sconcertante
ignobile, profondamente afrodisiaco
o perfettamente inintelligibile
di salutare da lontano i miei simili

di toccare o spostare
con finta indifferenza
un coltello, un frutto,
o i capelli di una donna

questi salti convulsi che genero
all’interno del mio essere
convulsamente integrato
alla grandiosa convulsione universale

e la cui dialettica dominante
mi era sempre accessibile
anche se ne afferravo
soltanto i rapporti deformati

hanno cominciato in questi ultimi tempi
a oppormi la loro figura impenetrabile
come se
concentrato nella tentazione di incontrare
più di me stesso
sulla superficie di un specchio
ne grattassi impazientemente l’argento
per assistere
stupefatto
alla mia propria scomparsa

Non si tratta qui di goffaggine
sul piano della conoscenza
ne della devota manovra di un uomo
che confessa orgogliosamente la sua ignoranza

Non mi riconosco alcuna
curiosità intellettuale

e sopporto senza il minimo scrupolo
il mio scarso interesse
per le domande fondamentali
che mi pongono i miei simili

Potrei morire mille volte
senza pormi
un problema fondamentale
come quello della morte
nella sua dimensione filosofica

quest’inquietudine derivante
dal mistero che ci circonda
mi è sempre apparsa come il frutto
di un idealismo implicito
che l’approccio sia materialista o non

La morte come ostacolo
oppressione, tirannide, limite,
angoscia universale

come nemica reale, quotidiana
insopportabile, inammissibile e inintelligibile
deve, per diventare veramente vulnerabile
e, pertanto, solubile,
apparirmi in relazioni dialettiche
minuscole e gigantesche
che intrattengo continuamente con lei
indipendentemente dal posto che occupa
sulla ridicola scala dei valori

Di fronte alla morte
un ombrello trovato per strada
mi sembra altrettanto inquietante
dell’infausta diagnosi di un medico

Nei miei rapporti con la morte
(coi guanti, il fuoco, il destino,
i battiti del cuore, i fiori…)

pronunciare fortuitamente
la parola “moribondo”
al posto di “amata”
basta a mettere in allarme la mia medianità

e il pericolo di morte
che minaccia la mia amata
e di cui prendo conoscenza
attraverso questo lapsus di premonizione soggettiva
(desidero la sua morte)
e oggettiva (è in pericolo di morte)
m’ispira il contrattacco
di un sortilegio soggettivo
(non desidero la sua morte
– ambivalenza interiore, colpevolezza)
e oggettivo (non è in pericolo di morte
– ambivalenza esterna, caso favorevole)

Fabbrico una talismano-simulacro
secondo un procedimento automatico
di mia invenzione (“L’Occhio magnetico”)

la fabbricazione di questo talismano
integrata alle altre sopradeterminanti
premonitrici, angosciose, accidentali
necessarie, meccaniche ed erotiche
che delimitano tutte insieme
un comportamento verso la morte
che è la sola espressione praticabile
di un contatto dialettico con la morte
l’unica a porre realmente
il problema della morte
in vista della sua soluzione (della sua dissoluzione)

Lo stato di desolazione-panica
e di catalessi morale
al quale mi ha ridotto la recente incomprensione
dei miei salti dialettici
non ha alcun rapporto con un’attitudine
intellettuale
di fronte al problema della conoscenza

[…]

Ghérasim Luca, L’inventeur de l’amour, suivi de La mort morte, José Corti 1994

(trad. Alfredo riponi)

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