JEAN-MARIE GLEIZE / L’un et l’autre

JEAN-MARIE GLEIZE

 

L’uno et l’altra

 

Cominciamo dunque dalla fine, poiché dopotutto, quando afferriamo la conversazione, è già in corso, non si sa da quando, e non ha importanza. L’ultimo testo di L’uso della parola s’intitola «Non capisco». Qualcuno parla a un altro che tace. Ma delle sue parole, benché “familiari”, il senso sfugge. Per prima cosa lo scrittore suppone nel lettore una reazione divertita, dove si esprimerebbe il buonsenso: “ciò che ascoltavate là, non era semplicemente un poema a lungo elaborato, poi recitato, o sgorgato sotto la spinta dell’ispirazione?” Segue una pagina che dispiega passo a passo, a piccoli tocchi, il modo in cui il senso al contempo s’impone e si sottrae nella materia poetica, una semantica strana in contraddizione con le leggi del linguaggio abituale, al tempo stesso più efficace e più sconcertante, disorientante, presenza (evidente) del poema, assenza o recupero del significato, demoltiplicato, obliquo… Nathalie Sarraute apparentemente (o il lettore qui convocato virtualmente) s’allontanata dal suo proposito, ma ben presto vi ritorna, s’avvicina, porge di nuovo l’orecchio, fin quando scaturisce, pronunziato o semplicemente pronunziabile, un “io non capisco”… Ciò che dobbiamo comprendere, in verità, è che il progetto di Nathalie Sarraute, l’argomento di questo Libro che gli capita di evocare, e di cui i suoi libri (in particolare i più genericamente non definiti, come Tropismi o L’uso della parola) costituiscono dei frammenti, ha qualcosa a che vedere con ciò che qui chiamiamo “poesia”, cioè a dire un certo trattamento del linguaggio (modulazione, distanziamento, sottolineatura, sfregamenti, riflessi reciproci, concentrazione, dilatazione, ecc.) che mette in causa il senso, o in crisi.

 

*

 

È proprio questo lato, del dire critico, delle “prose senza nome”, dello scritto critico in prosa, del soffermarsi su una parola, un segmento, nelle vicinanze di tutti i “tentativi orali”, creazioni e altri appunti risoluti a “capire” qualcosa in ciò che resiste e in questo linguaggio, il sacro linguaggio profano, l’eloquio volgare e corrente, che bisognerà necessariamente confrontare con il testo di Nathalie Sarraute, non accontentandosi di parlare di ritmo o di poesia in prosa, inadeguati. Tra gli aspetti di questa ricerca futura: qualcosa ai nostri occhi persiste, componente essenziale della nostra sensibilità “moderna”; è, correlata alla ripugnanza verso l’eccezionale, lo stra-ordinario, gli “effetti speciali”, (a una certa cultura romantica che s’impone fino a noi sotto multipli registri, dal meraviglioso surrealizzante ai grandi schermi dello spettacolo) l’attenzione al quotidiano, al banale, a ciò che è povero, insignificante, mormorante e che resta inosservato. Indifferentemente le cose («Queste pesche, queste noci, questo cesto di vimini…», Francis Ponge, – qui, trasposizioni necessarie perché il nostro ambiente naturale non è più quello di Chardin o di Braque), o le parole («parole ordinarie… come lo constatavate: parole che ciascuno di noi… parole così familiari che diventano invisibili… parole stereotipate…», Nathalie Sarraute). La preoccupazione di Francis Ponge, come quella di Nathalie Sarraute, è il reale, che l’uno e l’altra localizzano nella prossimità, pur sapendo e sentendo questa prossimità come inaccessibile. Un invisibile vicino, interiore e esterno, in corpi e parole. Contemporanei nel desiderio di reale, si trovano forzati a inventare forme più atte a “restituire” questo reale (l’opacità funzionante degli oggetti, l’evidenza misteriosa delle sensazioni). Oltre le costrizioni del “realismo” della rappresentazione. «Sapates» o «tropismes», mancano proprio le parole. Qualcosa non va nella letteratura (poesia o narrativa). Si è capita la lezione? Certo che no. Perché il vecchiume insiste: senza tregua poesia e romanzo si ricostituiscono e si comprovano. Si vede anche che tra un idealismo rivendicato e un tranquillo naturalismo, il “banale” e il “quotidiano” si mostrano sotto l’insegna della semplicità, pseudo-francescana. Non si tratta di questo! L’uno e l’altra hanno un altro punto in comune: sanno che questo (l’oggetto della letteratura) implica il tener conto delle parole, lingua, lemmi, verbo. Letteratura, Littréatura. Parlare, parabolare. Usare il linguaggio: guardarlo, tenerlo, mostrarlo. Nathalie Sarraute e Francis Ponge sono esperti della scrittura letterale. Sanno che la letteratura parla del linguaggio, e lo provano. Perché sono dei “réélistes” accaniti (e non dei realisti adattati). O viceversa: sono réélistes perché sensibili ai valori verbali e alle aporie della letterarietà. Non basta descrivere sobriamente piccoli gesti per raggiungere l’insignificanza penetrante, rivelante. Per essere uno scrittore intensamente “minore”. Ciò che sono l’uno e l’altra, su un “suolo ingrato” – che è anche il nostro.

 

[…]

 

 

[Gleize Jean-Marie. L’un et l’autre. In: Littérature, N°118, 2000. Nathalie Sarraute. pp. 71-77.]

http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/litt_0047-4800_2000_num_118_2_1675

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