objets d’amérique | yves di manno

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Dopo due decenni di sconvolgimenti e di conquiste, la prima generazione moderna, all’inizio degli anni 30, segna il passo, nello stesso momento in cui il paese affonda nella crisi e nella Depressione. Eccetto alcuni irriducibili, la maggior parte degli “esiliati” ritornano in patria, le riviste e le case editrici spariscono, l’impegno politico prende il sopravvento sull’invenzione formale. È l’inizio di anni bui, in primo luogo in campo economico e storico, ma anche per la poesia degli Stati Uniti che conoscerà un lungo periodo di stagnazione, una specie di “ritorno all’ordine”, dopo avere conosciuto dal 1915 al 1930 una straordinaria affermazione.
Al bivio di queste due epoche, alcuni poeti allora esordienti marcheranno tuttavia con un’impronta discreta – ma storicamente decisiva – la poesia del loro tempo. Gli “oggettivisti” non hanno mai costituito un gruppo, né una corrente letteraria veramente organizzata. Raccolti in modo informale intorno a Louis Zukofsky – che compose nel 1931 (istigato da Pound) il numero di Poetry che segna la comparsa del “movimento” – formarono piuttosto una sorta di cooperativa editoriale e pubblicarono un pugno di lavori sotto la sigla di TO Publishers, poi dell’Objectivist Press. Oltre Zukofsky, Charles Reznikoff e George Oppen ne erano i principali artefici, ma altri poeti furono loro associati, come Carl Rakosi, l’inglese Basil Bunting e più tardi, dal fondo del suo Wisconsin natale, l’enigmatica Lorine Niedecker. A margine delle loro traiettorie, tutti avevano in comune di porsi sulla scia di Pound e di Williams – figure assai poco riconosciute all’epoca – e di inseguire la sperimentazione prosodica, così come la raccolta di “istantanee” della vita urbana di cui Williams era stato l’iniziatore: pubblicarono del resto, nel 1934, la prima versione dei suoi Collected Poems. Le loro produzioni tuttavia resteranno limitate, e con una diffusione confidenziale: An “Objectivist” Anthology composta da Zukofsky (1932), il primo volume di un’edizione poi abbandonata delle “Prose complete” di Pound, quattro raccolte di Reznikoff – tra cui Jerusalem the Golden (1934) e Separate Way (1936) – e l’unico libro di Oppen all’epoca: Discrete Series, nel 1934. Zukofsky che aveva iniziato fin dal 1928 a scrivere il suo lungo poema “A” non pubblicherà la sua prima raccolta: 55 Poems che nel 1941, lo stesso anno dei Selected Poems di Carl Rakosi. Quest’ultimo, preceduto su questa strada da Oppen, avrebbe del resto interrotto il suo percorso rimanendo in silenzio per un quarto di secolo. Charles Reznikoff, quanto a lui, continuerà a scrivere, ma in un’indifferenza e un isolamento completi. Bisognerà aspettare gli anni 60 affinché i loro libri comincino ad apparire pubblicamente, nello stesso momento in cui Oppen e Rakosi si riavvicinavano alla scrittura: li ritroveremo più avanti.
Non è tuttavia un caso se sugli “oggettivisti” si focalizzerà l’attenzione delle generazioni successive. Perché hanno non solo mantenuto, ma prolungato lungo nuove strade in “tempi di indigenza”, lo slancio del primo uragano moderno – accentuando la sua iscrizione locale senza rinunciare alle sue ambizioni formali – la loro cerchia inaspettata resta emblematica per la resistenza che la poesia non può mancare di opporre, per vie traverse o no, ai consensi, all’appesantimento delle forme e dei luoghi comuni del momento.

traduzione di alfredo riponi

[Yves di Manno, Objets d’Amérique, José Corti 2009, pp. 188-190]

 

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