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Deleuze-Agamben-Bartleby-BIS-m«Ma se è vero che i capolavori della letteratura formano sempre una specie di lingua straniera nella lingua in cui sono scritti, che ventata di follia, che soffio psicotico spira allora nel linguaggio? È proprio della psicosi mettere in gioco un procedimento, che consiste nel trattare la lingua ordinaria, la lingua standard, in modo che essa si presenti come la “restituzione” di una lingua originale, sconosciuta, che potrebbe forse essere una proiezione della lingua di Dio e che investirebbe tutto il linguaggio. Procedimenti di questo genere compaiono in Francia in Roussel e in Brisset, in America in Wolfson. Non è precisamente la vocazione schizofrenica della letteratura americana, di tirare un filo della lingua inglese fino a disfarla tutta, a forza di derive, di deviazioni, di de-tassi e di sovra-tassi (in opposizione alla sintassi standard)? Introdurre un po’ di psicosi nella nevrosi inglese? Inventare una nuova universalità? All’occorrenza si convocheranno le altre lingue nell’inglese, perché quest’ultima possa rendere meglio un’eco di quella lingua divina di tempesta e di tuono». [G. Deleuze, Bartleby o la formula, Quodlibet, 1993]

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GILLES DELEUZE: C’est ça, une théorie, c’est exactement comme une boite à outils. Rien à voir avec le signifiant… Il faut que ça serve, il faut que ça fonctionne. Et pas pour soi-même. S’il n’y a pas des gens pour s’en servir, à commencer par le théoricien lui-même qui cesse alors d’être théoricien, c’est quelle ne vaut rien, ou que le moment n’est pas venu. On ne revient pas sur une théorie, on en fait d’autres, on en a d’autres à faire. C’est curieux que ce soit un auteur qui passe pour un pur intellectuel, Proust, qui l’ait dit si clairement : traitez mon livre comme une paire de lunettes dirigées sur le dehors, eh bien si elles ne vous vont pas, prenez-en d’autres, trouvez vous-même votre appareil qui est forcément un appareil de combat. La théorie, ça ne se totalise pas, ça se multiplie et ça multiplie. C’est le pouvoir qui par nature opère des totalisations, et vous, vous dites exactement : la théorie par nature est contre le pouvoir.

«L’Arc n° 49 / 1972»

Gilles Deleuze: Un manifesto di meno

Balbettare, in genere, è un disturbo della parola. Ma far balbettare il linguaggio è un’altra cosa. Significa imporre alla lingua, a tutti gli elementi interni della lingua, fonologici, sintattici, semantici, il lavorio della variazione continua. Credo che Ghérasim Luca sia uno dei più grandi poeti francesi di ogni tempo. Non lo deve di certo alla sua origine rumena, ma si serve di tale origine per far balbettare il linguaggio in se stesso, con se stesso, per portare la balbuzie nel linguaggio stesso, e non nella parola. Si legga o si ascolti il poema Passionnément, pubblicato nel libro di Luca Chant de la Carpe, e che è stato registrato su disco. Non è stata mai raggiunta una tale intensità nella lingua, né un uso così intensivo del linguaggio. Una recita in pubblico dei poemi fatta da Ghérasim Luca è un avvenimento teatrale completo e meraviglioso. Allora, essere uno straniero nella propria lingua… Ciò non vuol dire parlare «come» un irlandese o un rumeno parlano francese. Non sarebbe il caso né di Beckett, né di Luca. È imporre alla lingua, in quanto la si parla perfettamente e sobriamente, quella linea di variazione che farà di ognuno di noi uno straniero nella sua propria lingua, o della lingua straniera, la nostra, o della nostra lingua, un bilinguismo immanente per la nostra estraneità.

[Carmelo Bene – Gilles Deleuze, Sovrapposizioni, Quodlibet 2002, 2012, p. 101]

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http://www.quodlibet.it/Bene/Deleuze

http://www.edizionijoker.com/FinedelMondo/GhérasimLuca

 

Gilles Deleuze (Parigi, 18 gennaio 1925 – Parigi, 4 novembre 1995)

« Oui, le mourir s’engendre dans nos corps, il se produit dans nos corps, mais il arrive du Dehors, singulièrement incorporel, et fondant sur nous comme la bataille qui survole les combattants, et comme l’oiseau qui survole la bataille. L’amour est au fond des corps, mais aussi sur cette surface incorporelle qui le fait advenir. Si bien que, agents ou patients, lorsque nous agissons ou subissons, il nous reste toujours à être dignes de ce qui nous arrive. C’est sans doute cela, la morale stoïcienne : ne pas être inférieur à l’événement, devenir le fils de ses propres événements. La blessure est quelque chose que je reçois dans mon corps, à tel endroit, à tel moment, mais il y a aussi une vérité éternelle de la blessure comme événement impassible, incorporel, « Ma blessure existait avant moi, je suis né pour l’incarner. » Amor fati, vouloir l’événement, n’a jamais été se résigner, encore moins faire le pitre ou l’histrion, mais dégager de nos actions et passions cette fulguration de surface, contr’effectuer l’événement, accompagner cet effet sans corps, cette part qui dépasse l’accomplissement, la part immaculée. Un amour de la vie qui peut dire oui à la mort. C’est le passage proprement stoïcien. Ou bien le passage de Lewis Carroll : il est fasciné par la petite fille dont le corps est travaillé par tant de choses en profondeur, mais aussi survolé par tant d’événements sans épaisseur. Nous vivons entre deux dangers : l’éternel gémissement de notre corps, qui trouve toujours un corps acéré qui le coupe, un corps trop gros qui le pénètre et l’étouffe, un corps indigeste qui l’empoisonne, un meuble qui le cogne, un microbe qui lui fait un bouton; mais aussi l’histrionisme de ceux qui miment un événement pur et le transforment en fantasme, et qui chantent l’angoisse, la finitude et la castration. Il faut arriver à « dresser parmi les hommes et les œuvres leur être d’avant l’amertume ». Entre les cris de la douleur physique et les chants de la souffrance métaphysique, comment tracer son mince chemin stoïcien, qui consiste à être digne de ce qui arrive, a dégager quelque chose de gai et d’amoureux dans ce qui arrive, une lueur, une rencontre, un événement, une vitesse, un devenir? « A mon goût de la mort, qui était faillite de la volonté, je substituerai une envie de mourir qui soit l’apothéose de la volonté. »

[Gilles Deleuze – Claire Parnet, Dialogues, Champs Flammarion, 1996, pp. 79-80]

 

Jean COCTEAU
Le complexe d’Œdipe – 1924
Plume et encre de Chine, lavis d’encre de Chine
Crayon graphite sur papier vélin (25.1 x 32.7 cm)
Musée Jean Cocteau collection Séverin Wunderman
© ADAGP, Paris 2011

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Da L’anti-Edipo / Deleuze e Guattari

La schizoanalisi non si propone di risolvere Edipo, non pretende di risolverlo meglio di quanto non si faccia nella psicanalisi edipica. Essa propone di disedipizzare l’inconscio, per toccare i veri problemi. Essa si propone di raggiungere le regioni dell’inconscio orfano, appunto «al di là di ogni legge», ove il problema non può neanche più esser posto. [p. 90]

Così il Piccolo-Bianco figlio di pionieri, l’Irlandese protestante che commemora la vittoria dei suoi antenati, il fascista della razza dei padroni. Edipo dipende da un sentimento nazionalistico, religioso, razzista, e non il contrario: non è il padre che si proietta nel capo, ma il capo che si applica al padre, per dirci «non supererai tuo padre», oppure «lo supererai ritrovando i nostri antenati». [p. 115]

Quando riconduciamo il desiderio ad Edipo, ci condanniamo ad ignorare il carattere produttivo del desiderio, lo condanniamo a vaghi sogni o immaginazioni che non ne sono che espressioni conscie, lo riconduciamo ad esistenze indipendenti, il padre, la madre, i genitori, che non comprendono ancora i loro elementi come elementi interni del desiderio. La questione del padre è come quella di Dio: nata dall’astrazione, essa suppone rotto il legame tra uomo e natura, il legame tra uomo e mondo, cosicché l’uomo deve essere prodotto come uomo da qualcosa di esterno alla natura e all’uomo: Su questo punto Nietzsche fa un’osservazione del tutto simile a quelle di Marx o di Engels: « Scoppiarne dal ridere al solo vedere fianco a fianco l’uomo e il mondo, separati dalla sublime pretesa della paroletta e». [p. 119]

  

 

p-a-n-t-a-carmelo-bene-di-luca-buoncristiano.html

Qualsiasi scrittura comporta dell’atletismo, ma questa virtù atletica, lungi dal riconciliare la letteratura con gli sport o dal fare della scrittura una disciplina olimpica, si esercita nella fuga e nella defezione organiche. Uno sportivo a letto, diceva Michaux. Si diventa animale proprio in quanto l’animale muore e ne ha il senso o il presentimento. La letteratura incomincia con la morte del porcospino, secondo Lawrence”, o con la morte della talpa, secondo Kafka: “ Le nostre povere zampette rosse tese a invocare una tenera pietà”. […]

La letteratura incomincia solo quando nasce in noi una terza persona che ci spoglia del potere di dire Io (il “neutro” di Blanchot). […]
Così lo scrittore in quanto tale non è malato, ma piuttosto medico, medico di se stesso e del mondo. Il mondo è l’insieme dei sintomi di una malattia che coincide con l’uomo. La letteratura appare allora come un’impresa di salute: non che lo scrittore abbia necessariamente una salute vigorosa (ci sarebbe a questo proposito la stesa ambiguità dell’atletica), ma gode di un’irresistibile salute precaria che deriva dall’aver visto e sentito cose troppo grandi, troppo forti per lui, irrespirabili, il cui passaggio lo sfinisce, ma gli apre dei divenire che una buona salute dominante renderebbe impossibili. […]

[Gilles Deleuze, Critica e clinica, Cortina 1996, pp. 13-19]

Bartleby è lo Scapolo, colui di cui Kafka diceva: “Ha soltanto quel terreno che occorre ai suoi due piedi, soltanto quel sostegno che le sue due mani coprono” – colui che d’inverno si corica sulla neve per morire di freddo come un bambino, colui che non ha da fare che le sue passeggiate, ma che poteva farle in qualunque luogo, senza muoversi.

Gilles Deleuze, Bartleby o la formula, Quodlibet 2012