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Deleuze-Agamben-Bartleby-BIS-m«Ma se è vero che i capolavori della letteratura formano sempre una specie di lingua straniera nella lingua in cui sono scritti, che ventata di follia, che soffio psicotico spira allora nel linguaggio? È proprio della psicosi mettere in gioco un procedimento, che consiste nel trattare la lingua ordinaria, la lingua standard, in modo che essa si presenti come la “restituzione” di una lingua originale, sconosciuta, che potrebbe forse essere una proiezione della lingua di Dio e che investirebbe tutto il linguaggio. Procedimenti di questo genere compaiono in Francia in Roussel e in Brisset, in America in Wolfson. Non è precisamente la vocazione schizofrenica della letteratura americana, di tirare un filo della lingua inglese fino a disfarla tutta, a forza di derive, di deviazioni, di de-tassi e di sovra-tassi (in opposizione alla sintassi standard)? Introdurre un po’ di psicosi nella nevrosi inglese? Inventare una nuova universalità? All’occorrenza si convocheranno le altre lingue nell’inglese, perché quest’ultima possa rendere meglio un’eco di quella lingua divina di tempesta e di tuono». [G. Deleuze, Bartleby o la formula, Quodlibet, 1993]

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(…) Il romanzo di Louis Wolfson non si limita a « raccontare » un’esperienza linguistica e traduttiva ossessiva e una fuga compulsiva dalla « seule langue nécessaire » (l’inglese secondo la definizione del padre dello Schizo, SL p. 37), ma ci sprofonda in un maelstrom conoscitivo e sintattico capace di destabilizzare in profondità la connessione identitaria tra scrittore e lingua materna. (Pierre Lepori)

«Penso di condurre la mia vita come un atomo sottoposto all’urto di altri atomi e che necessariamente deve scegliere la strada della minore resistenza»

[Intervista a Louis Wolfson, di Anne Leguil-Duquenne (1984)]