In termini ebraici, la realtà del mondo esterno non è visibile nelle leggi naturali (halikhot olam), ma viene rappresentata dalla Torah o Legge divina (halakhah). Una crisi relativa alla validità delle strutture del mondo si traduce, quindi, “giudaicamente” nel problema della validità della Legge. Contrapponendomi a Scholem, vorrei dimostrare che la strategia di Paolo di abolire la Legge non è stata dettata da motivazioni pragmatiche, una resa a un “impulso proveniente dall’esterno”, essa piuttosto segue rigorosamente la “logica immanente” di Paolo che deriva dall’accettazione di un messia giustamente crocifisso secondo la Legge. Tanto peggio per la Legge, sostiene Paolo; e perciò deve sviluppare la sua teologia messianica in una forma “totalmente antinomica”, che culmina nella dichiarazione che il messia crocifisso è “la fine della Legge” (Rm 10, 4). La crisi dell’interiorizzazione obbliga Paolo anche a distinguere tra un ebreo che è tale solo “esteriormente” e un ebreo che lo è anche “interiormente” (Rm 2, 28) – la parola “cristiano”, per lui, non esisteva ancora. La crisi è un evento intimamente ebraico. La crisi dell’escatologia diventa, per Paolo, una crisi di coscienza. Volgendo l’esperienza messianica all’interno, Paolo apre la porta alla coscienza introspettiva dell’Occidente.

(Jacob Taubes, Il prezzo del messianesimo, Quodlibet 2000)

 

Sul numero 99 di Anterem (dicembre 2019) tra gli altri: tre poesie di Ghérasim Luca uscite in volume nel 2012. Con un saggio inedito (“Senso e forma. La lingua straniera di Ghérasim Luca”); Hölderlin “Mnemosyne”, traduzioni in italiano, francese, inglese, spagnolo; “Apocalisse di Giovanni (12)” traduzione E. Lupieri; Joyce “Finnegans Wake” pagine iniziali tradotte da J. R. Wilcock; Zukofsky “80 Flowers”, dieci poesie tradotte da R. R. Florit.

 

Julia Kristeva scriveva nelle ultime pagine di Polylogue: «Non c’è, per essere esatti, letteratura americana contemporanea, nel senso di un’expérience des limites: i loro romanzieri d’avanguardia sono Cage e Bob Wilson, musica e teatro; quando non è Wolfson: Lo schizo e le lingue… ». Gilles Deleuze, in Critica e clinica, ha invocato questa expérience des limites, il raggiungere i limiti del linguaggio, a proposito della poesia di Luca: «è l’intero linguaggio a essere sospinto al proprio limite, musica o silenzio». (da: Senso e forma. la lingua straniera di Ghérasim Luca, Anterem 99, p. 24)

«Non era guarito dalla sua fonofobia? … Il più piccolo, il più innocuo dei suoni poteva giungere alle sue orecchie come un rumore disturbante, chiudergli la bocca, serrargli la gola, mozzargli respiro e parola? E persino un suono in cui chiunque avrebbe invece udito qualcosa di aperto, di amichevole, di francamente ben disposto nei riguardi del parlatore, un tono, il tono dell’attesa disinteressata, un’armonia fin dall’inizio, gli tagliava immediatamente le vie respiratorie, si materializzava come corpo estraneo nella trachea?» .(P. Handke, La notte della Morava, Garzanti 2012, cit. in AA. VV., Louis Wolfson. Cronache da un pianeta infernale, Manifestolibri 2014, pp. 212-213)

 

En Polésine on voit de grandes couvertures de couleurs qui pendent depuis le dessous des nuages ou qui ondulent dans la pluie qui fait peu de bruit. L’Italie n’en a pas fini de nous réabsorber par capillarité, mais il ne me parait pas inutile d’y aller quand même pour jeter un coup d’œil à ces couverures qui déploient leurs coins et donnent des claques, quand elles ne sont montées qu’à moitié des arbres comme les ornes ou les charmes près des maisons. On va ensemble à la dernière fermata (l’arrêt d’autobus) où on ne peut lire le nom de l’arrêt tellement les gens ont écrasé de moustiques sur le panneau de fer émaillé. Voyer vous mon cher :long chant fumeux paroleux chapeletesque sur le confin coloré, sillonné, à la fin des heures chaudes, par les mouches à merde qui sont si belles en Polésine que certain castrat, célèbre autrefois à Assise, en faisait venir par petits paniers de métal dans lesquels elles pouvaient bruire à l’aise tandis qu’il les écoutait et les regardait avec envie, pour les croquer purement et simplement quelques instants avant de monter en scène.

(Denis Roche, Louve basse)

Si vedono in Polesine larghe coperte colorate che scendono da sotto le nuvole o ondeggianti nella pioggia che fa poco rumore. L’Italia non ha finito di riassorbirci per capillarità, ma non mi sembra inutile tuttavia andarci per dare un’occhiata a queste coperte che spiegano i loro angoli e danno schiaffi, quando sono appese a metà degli alberi, olmi o carpini, vicino alle case. Si va insieme all’ultima fermata dell’autobus dov’è oramai impossibile leggere il nome della fermata per le innumerevoli zanzare schiacciate dalla gente sul cartello di ferro smaltato. Vedete mio caro: lungo canto fumoso e sfilza di parole sul confine colorato, solcato, alla fine delle ore più calde, dalle mosche a merda talmente belle in Polesine, che un celebre castrato di Assisi ne faceva venire a piccoli panieri di metallo dove potevano frusciare liberamente mentre le ascoltava e guardava con invidia, per poi sgranocchiarle puramente e semplicemente qualche istante prima di andare in scena. (trad. mia)

(Denis Roche, Lupa bassa)

 

anterem numero 95/2017 : maurice roche da “compact” (pp. 78-87)

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