anterem numero 95/2017 : maurice roche da “compact” (pp. 78-87)

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Certe persone non hanno imparato tutta la vita a mettere in una frase la virgola al debito posto. Eppure la giusta divisione e sistemazione della frase, di cui la virgola è pietra di paragone, è il fondamento del pensiero esatto e dunque anche della conoscenza: per dirla in breve – (se ci concentriamo appunto su questo particolare), senza l’esatto collocamento della virgola non c’è conoscenza percettiva. Lo sbaglio fondamentale che più spesso commettiamo è infatti l’opinione che la virgola sia un segno che si lega alla congiunzione che introduce la seguente frase. Bisogna anzitutto dimenticare questo espediente scolastico, sorgente di tutto il male. Perché il complesso della frase è una massa fisica, un insieme di volumi da considerare come costruito nello spazio: le singole frasi sono corpi spaziali che si compenetrano a vicenda e talvolta (nel caso di parti o intere frasi inserite) persino corpi disgiunti, interrotti. La virgola poi sta del tutto naturalmente nel posto dove i margini dei corpi si toccano, o – se si tratta di una frase inserita — dove la sezione di una forma spaziale penetra attraverso la superficie di un’altra. In questo non ci si può sbagliare. Preceda o segua questa o un’altra parola (congiunzione), non ha il minimo significato nella frase.

[Vĕra Linhartová, Interanalisi del fluito prossimo, Einaudi 1969]

Se dicessi quel che dico per me stessa, non mi darei pensiero della fluidità. – Non vi capirei di più se lo dicessi a strappi oppure lentamente sotto l’apparenza della continuità. Non lo capisco in nessun caso. Ma se non lo dico per me stessa, posso forse defluire di qui. – II mio linguaggio è modulato dalla sonorità della voce, la continua voce monotona suona per me come un canto elegiaco, come il recitativo dei salmi che sale e scende prima della fine. – Se non è solo per me, posso condividere con te il timbro della continuità. Se ti snocciolo parole di elegie mentre, addormentandoti, ti allontani da me nel tuo sonno, divengo canto che ti accompagna oltre il limite, ti seguo illimitatamente nelle metamorfosi del tuo sogno. – La testa si dissolve infine con una lentezza insopportabile. Per il caldo e il respiro le cose appese al soffitto dondolano leggermente e girano.

[…]

Che cosa significa per me linguaggio: anzitutto non un agglomerato di parole. Le parole possono a volte anche esistere ciascuna in sé e per sé, e dunque anche non significare nulla. Piuttosto che un agglomerato, il linguaggio è una fiumana di parole, uno stretto alveo, in cui le parole si riversano, o piuttosto ancora uno sforzo di approfondimento, sempre un attimo prima che vi appaiano le parole che lo riempiranno. – A volta intendo la parola linguaggio nel significato di cosa comune, trovo un’analogia fonetica tra il ceco «řeč» (linguaggio) e il polacco «rzecz» (cosa), in connessione con «res», donde « rzecz pospolita» (res publica), dunque ciò che è fra noi che ho in comune con te. Ho con te il linguaggio, dico: Ho da fare con te, perché, per quel che mi concerne, ho rapporto con te, ed il linguaggio è tuttavia uno spazio di contatto lentamente creato. Le parole sono gli eredi di un trono eretto dall’atto dell’apostrofe.

 

[Vĕra Linhartová, Interanalisi del fluito prossimo, Einaudi 1969]

 

Invito alla lettura di Anterem numero 95 nel segno di Hölderlin / Scardanelli

e una mia traduzione di Maurice Roche da “Compact” (pp. 78-87)

«Exemplaire dans ce contexte précis d’une transgression positive des frontières génériques est l’œuvre de Maurice Roche : de Compact (1966) à CodeX (1974) et sous-titré “roman” (pour la présence d’une essentielle composante narrative)… » (J-M Gleize, A noir poésie et littéralité)